sabato 5 maggio 2018

GLI OLIVI SI POSSONO CURARE: lo dimostrano alcune RICERCHE SCIENTIFICHE finanziate dalla Regione Puglia.



con preghiera di diffusione

Comunicato stampa

GLI OLIVI SI POSSONO CURARE:
lo dimostrano alcune RICERCHE SCIENTIFICHE finanziate dalla Regione Puglia.
Ogni dichiarazione contraria è un falso.

Chiamiamo la Regione Puglia al suo dovere!
Le ultime esternazioni pubbliche dell’assessore Di Gioia, rese il 30 Aprile durante la trasmissione di Radio 1 “La Radio ne parla” in diretta nazionale, dimostrano in modo inequivocabile e preoccupante la grave schizofrenia di cui è affetta la Regione Puglia.
Nel 2016 la Regione decise di finanziarie 27 progetti di ricerca per cercare una cura al disseccamento rapido dell’olivo e la cui attività di ricerca è partita nei primi mesi del 2017.
A marzo del 2018 la Regione Puglia ha chiesto a tutti i responsabili scientifici di presentare i risultati di queste ricerche in forma di Poster Scientifici i cui contenuti saranno divulgati in tarda primavera (la data è ancora sconosciuta) a Lecce, in un convegno monotematico dal tema “Parco della Ricerca e Sperimentazione su Xylella fastidiosa”. Questi Poster Scientifici sono stati consegnati in Regione a fine marzo, con lo scopo, come richiesto dalla Regione, di darne ampia diffusione pubblica.
In vista della imminente visita del Commissario europeo Andriukaitis,

Chiediamo al Presidente Emiliano

- di far luce quanto prima sulle motivazioni che hanno spinto l’assessore Di Gioia - che ha sicuramente avuto la possibilità di visionare i poster scientifici, che dimostrano la possibilità di cura dell’olivo con diversi metodi applicabili in pieno campo, e i cui risultati sono stati validati scientificamente anche da diversi enti di ricerca non pugliesi - a sostenere che tali cure siano “palliative” in contrasto anche con quanto fatto dalla Regione stessa;

- di assicurarsi che i suoi Assessori  non facciano a nome della Regione Puglia dichiarazioni che, per la loro infondatezza, rischiano di essere schizofreniche rispetto all’operato della stessa oltre che false, creando confusione e distorsione della realtà;

- di comunicare a breve la data del Convegno monotematico sul “Parco della Ricerca e Sperimentazione su Xylella fastidiosa” per mostrare a tutti i pugliesi e non, i risultati delle ricerche finanziate con fondi pubblici.

Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente e del Territorio

Per ulteriori informazioni: cosatevalleditria@hotmail.com

venerdì 4 maggio 2018

NON MI PREOCCUPA IL QUIZ INVALSI IN SE'. MI PREOCCUPA IL QUIZ INVALSI IN TE



NON MI PREOCCUPA IL QUIZ INVALSI IN SE'.
MI PREOCCUPA IL QUIZ INVALSI IN TE (e nei bambini).




Il quiz invalsi non è buono o cattive in sé. Il quiz invalsi diventa, però, pericoloso per le menti degli alunni nonchè dannoso per la scuola pubblica quando:
1. LA SCUOLA ED I DOCENTI ACQUISISCONO CREDIBILITÀ IN BASE A QUESTI RISULTATI (e solamente in base a questi) diventando il propulsore di un modello di scuola ULTRA-COMPETITIVO;
quindi
2. I docenti (ma prima ancora i dirigenti) spingono affinchè si dedichi sempre più tempo all'addestramento ai quiz;

quindi
3. Si inizia ad ORIENTARE LA DIDATTICA AI QUIZ (si chiama "teaching to test");
All'inizio si diceva che le prove non potevano essere valutate e l’Invalsi stessa sosteneva la non opportunità di allenarsi ad esse stravolgendo la programmazione scolastica. Queste indicazioni sono progressivamente cadute, sostituite tutt’al più da generici suggerimenti a non eccedere negli allenamenti comunque predisposti anche nei siti istituzionali (!!!)

quindi
3. Gli stessi libri di testo sono pensati per allenare a rispondere ai quiz e scompaiono quasi completamente le domande che prevedono risposte aperte, libere, creative e non ingabbiate.

In questo sitema, quindi,
4. I genitori iscrivono i propri figli nelle scuole con punteggi alti nei quiz; i genitori chiedono, quindi, agli insegnanti ed adi dirigenti di far esercitare i figli nei quiz;

quindi
5. La scuola investe denaro pubblico per attivita extra curriculari (progetti) per fare i quiz e per pubblicizzarne i risultati.

Questo circolo vizioso, iniziato più di 15 anni fa ha già devastato tante menti. Sarebbe ora di smetterla con questo "GRANDE ESPERIMENTO" (vedi Comune-info.net).
Negli USA stanno tornando indietro dopo aver constatato i danni della didattica centrata sui quiz.

Non è pensabile che in base a queste prove, per altro costosissime, e ai loro risultati sia possibile per un docente, per una scuola, per il sistema scolastico generale ottenere indicazioni serie di miglioramento. Come ha detto, brutalmente ma efficacemente, Luciano Canfora: “Per vedere la maturità di una persona è necessario che componga un testo di senso compiuto, non che faccia queste prove irrilevanti dove un cretino che ha una buona memoria supera i quiz e una persona di cultura che non ricorda un dettaglio viene esclusa”.

mercoledì 2 maggio 2018

Decreto “Martina”: il Governo obbliga ad avvelenare il nostro territorio. Diciamo NO

 Riceviamo e pubblichiamo (invitandovi a diffonderlo con tutti vs. mezzi) il comunicato che ci arriva dal salento che in questo momento rischia di vedersi versare addosso una quantità mai vista di insetticidi. Con il c.d. decreto del ministro "uscente" Martina (nonchè segretario reggente del PD) si vorrebbe contrastare la Xylella, ma si rischia di fare ancora più danni. La Xylella si può contrastare in altri modi. (vedi post che publicheremo domani)



comunicato stampa

Decreto “Martina”:

il Governo obbliga ad avvelenare il nostro territorio.
Diciamo NO



Le schede tecniche dei fitofarmaci contenenti i principi attivi indicati nel Decreto “Martina” riportano, fra le altre indicazioni, le seguenti:
-          molto tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata. Del resto, le fasce di rispetto vegetate non trattate al fine di proteggere gli organismi acquatici e gli antropodi previste resterebbero potenzialmente popolate dalla sputacchina;
-          prodotto pericoloso per le api e insetti utili che, pertanto, mette a rischio l’impollinazione e, dunque, la produzione agricola. In molti casi c’è il divieto esplicito di utilizzare il prodotto in presenza di api o comunque durante la fioritura;
-          contiene sostanze che possono bloccare la trasmissione nervosa e, fra le altre cose, causare convulsioni, broncospasmo e dispnea, reazioni allergiche, collasso vascolare periferico, con particolare rischio per pazienti allergici, asmatici e bambini;
-          rifiuti pericolosi da smaltire secondo la normativa vigente.

Fra gli insetticidi indicati nel decreto, vi sono alcuni - gli insetticidi neonicotinoidi - recentemente VIETATI per l’uso in pieno campo dall’UNIONE EUROPEA. Il divieto, in particolare, riguarda tre sostanze attive: il clothianidin, l’imidacloprid, il thiamethoxam.
Usare questi insetticidi – per di più su larga scalacreerebbe gravi danni a biodiversità, produzione alimentare, ambiente e salute. Chi lo permette si rende responsabile di questa sciagura.

INVITIAMO I CITTADINI E LE AMMINISTRAZIONI LOCALI, A LEGGERE LE SCHEDE TECNICHE DEI PRODOTTI per rendersi conto del disastro ecologico, sanitario ed economico cui rischiamo di andare in contro e di:
-          aderire al ricorso a salvaguardia dell’ambiente, della salute e del paesaggio e dei diritti connessi garantiti dalla costituzione (inviando un’email a: cosatevalleditria@hotmail.com );
-          vigilare sul proprio territorio, segnalando alla ASL di competenza ogni utilizzo potenzialmente improprio di fitofarmaci.

INVITIAMO TUTTI GLI AGRICOLTORI, A LEGGERE BENE LE ETICHETTE. Ad esempio, in alcuni casi le indicazioni riportano che il prodotto non possa essere usato più di una volta l’anno mentre, più in generale, non deve essere usato in presenza di vento. Un uso improprio può provocare danni a piante, persone e animali.

E RICORDIAMO CHE chi impiega il prodotto è responsabile degli eventuali danni derivanti da uso improprio del preparato” (come indicato nelle stesse etichette).


Una legge contraria alla legge naturale ed eterna è ingiusta.
E quando la legge è ingiusta, disobbedire è un dovere
(San Tommaso d’Aquino)


Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente e del Territorio

domenica 15 aprile 2018

10 ANNI FA NASCEVA IL BLOG DEL GRILLAIO.

 
 
Esattamente 10 anni fa (il 15 aprile 2008) nasceva il blog del Grillaio. Era il giorno della rinnovata vittoria di Bersulconi alle elezioni del 2008. Michele Loporcaro ne ideava il nome, Giuseppe Lischi "assemblava" un rudimentale blog dal quale per quasi 10 anni un gruppo variegato di cittadini attivi altamurani ha dato un valido contributo alla vita politica di Altamura con qualche capatina anche il Puglia ed anche in Basilicata.

Ecco il primo post del Blog del Grillaio (clicca qui per leggere l'originale)

"LA PRIMAVERA" 
 
Oggi nasce il blog del MeetUp il Grillaio di Altamura.
Ci piace pensare, a questa azione-reazione, come alla prima nostra piccola battaglia dallo "shock" post elettorale.
Ci attendono periodi particolarmente difficili, il berluscabossismo sarà duro da mandare giù.
Ci piace pensare che nonostante tutto, ci sia ancora un margine di pensieri da pensare, parole da dire... azioni da compiere!
"La primavera, intanto, tarda ad arrivare"

A vedere ciò che accade in questi giorni, per certi versi siamo rimasti fermi a 10 anni fa, nonostante tutto.

mercoledì 11 ottobre 2017

La riscossa degli acquaioli del Mezzogiorno


La riscossa degli acquaioli del Mezzogiorno

di Riccardo Petrella


I militanti per l’acqua bene comune e diritto di tutti gli abitanti della Terra – gli “acquaioli» – di tutte le regioni del Mezzogiorno sono sempre di più nella lotta contro la prepotenza antidemocratica e il mercantilismo predatore dei gruppi sociali dominanti.
Dal 2011 in particolare, l’intera classe dirigente politica, economica e tecno-scientifica italiana (salvo rare eccezioni) è in uno stato di potenza illegale. Rifiuto esplicito di rispettare gli esiti referendari sull’acqua bene comune e diritto umano e, addirittura, decisione di continuare a legiferare in materia di acqua contro la volontà espressa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Stato d’illegalità, anche, nei confronti delle direttive UE, tanto che la Commissione europea ha dovuto fare severe sanzioni contro l’Italia per flagrante inadempienza nel campo della salvaguardia e protezione delle risorse idriche, della qualità delle acque potabili e della presentazione/esecuzione  di piani nazionali di gestione dei bacini idrografici. Stato d’illegalità macroscopica, infine, riguardo l’insieme delle azioni di gestione del territorio, dei suoli, dei corpi idrici, illustrato dal fatto che il governo non fa che navigare a vista, nell’urgenza continua, in reazione ai sempre più frequenti e gravi disastri delle inondazioni, delle siccità, delle frane, dei terremoti causati in larga parte dall’incuria, dagli interessi corporativi a corto termine, e  dalla corruzione dei gruppi dominanti al potere.
Nel frattempo il Rapporto 2017 dell’Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile conferma che la scarsità di acqua è una seria minaccia in dieci Regioni, cioè a dire Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Non a caso, quest’estate hanno dichiarato lo stato di calamità. E che fanno i poteri (pubblici e privati) che «governano» l’Italia?
I governi succedutisi in questi ultimi anni, anche a livello regionale e delle collettività locali, sono stati maggiormente preoccupati dal tappare buchi e dal rispondere ai diktat delle oligarchie europee in nome dell’austerità di bilancio nell’affannosa ricerca di aumentare il PIL di qualche decimo di frazione. I bollettini dei dominanti non parlano che di crescita del Pil per poi trafficare i dati sull’occupazione, sulla salute, e dimenticare di parlare dello stato del territorio e della situazione catastrofica nella quale si trovano i beni comuni ed i servizi pubblici del «Bel Paese», a partire dall’acqua.
Così, il progetto iniziale di legge su «Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque»,  presentato nel 2012 (primo firmatario l’On. Federica Draga – M5S) dai deputati M5S e SEL è stato profondamente stravolto dalla Camera nel 2015, tanto che i 92 deputati firmatari hanno tolto la loro firma al testo ancora in esame al Senato, ma nulla di serio è stato fatto dai gestori delle grandi società (SpA) multiutilities quotate in Borsa (HERA, IREN, ACEA, A2a…) che oramai dominano «l’industria idrica» italiana. La media nazionale delle perdite d’acqua delle reti idriche del paese è salita nel 2016 al 38,2 dal 35,6 % del 2012 (dati ISTAT ripresi dal Blue Book di Utitalia 2017).
Per quanto riguarda i poteri privati, essi hanno investito pochissimo nelle reti, malgrado le promesse fatte rispetto alla gestione «pubblica». Se gli investimenti dovessero seguire il ritmo degli ultimi dieci anni ci vorranno più di 200 anni per rinnovare l’intera rete idrica. Eppure i privati hanno sempre una grande voglia di mettere le mani definitivamente sull’intero sistema idrico nazionale. La loro è una visione delle cose ben nota, centrata sulla creazione di quattro/cinque grandi gruppi multiutilities parti integranti dei grandi insiemi finanziari/industriali e commerciali alla SUEZ/ENGIE, alla Vivendi, alla EON.
In questo senso, le regioni del Mezzogiorno restano un obiettivo fondamentale. A condizione però che le autorità pubbliche diano il via libera alla privatizzazione della gestione delle acque. Riprendere in mano il controllo dell’ABC di Napoli, così come dell’acquedotto pugliese AQP, il più grande «simbolo dell’acqua pubblica» in Italia fino agli ultimi anni del secolo scorso, è considerato un obiettivo strategico.
Il silenzio che i poteri pubblici della Puglia mantengono sul futuro dell’AQP la dice molto lunga su ciò che è in gioco.
Oramai sono personalmente convinto che la classe politica ed economica della Puglia sia favorevole alla privatizzazione dell’AQP sotto tutti gli aspetti. Per questo, però, devono essere capaci di «passare il Rubicone», cioè dire apertamente e fare approvare pubblicamente dai pugliesi e dalle altre forze associative italiane l’apertura del capitale dell’AQP ai privati, mediante l’accettazione di un notevole aumento della tariffa dell’acqua per i primi 4-5 anni, tra il 4 ed il 7%, affinché il rendimento del capitale immesso dai privati possa essere rapido e significativo. Quindi, totale adesione alla teoria capitalista mercantile dell’acqua fondata sul principio dogmatico che la tariffa pagata dall’utente per un servizio essenziale ed insostituibile per la vita deve finanziare tutti i costi del servizio ed in particolare la remunerazione del capitale (profitto). Se questa condizione non fosse rispettata, nessun capitale privato sarà disposto ad investire nell’AQP. Non solo, ma le autorità pubbliche dovrebbero accettare di procedere alla trasformazione dell’AQP da impresa di servizio idrico integrato in una SpA multiutilities (per di più quotata in Borsa in pochi anni), attiva in altri settori come quelli dei rifiuti, dell’energia, dell’ambiente. Dovrebbero accettare inoltre che che l’AQP multiutilities sia autorizzata a fare alleanze, fusioni e concentrazioni con altre imprese più piccole del Molise, dell’Abruzzo, della Lucania, della Calabria e, a più lungo termine, con le imprese di Napoli, per dare vita ad una grande SPA multiutilities del Mezzogiorno capace di competere con le altre multiutilities europee, specie sui mercati del Mediterraneo e dell’Africa. Sarebbero così raggiunti dei livelli di «rendimento» (ROI-Return on investment) sufficientemente appetitosi per i capitali privati sui mercati finanziari nazionali e mondiali.
Il silenzio da più di un anno e mezzo da parte del presidente della regione Puglia sul futuro dell’AQP è verosimilmente dovuto al fatto che, forse, non era pronto a fare il salto. Il salto sarebbe notevole perché l’AQP cesserebbe di essere una SpA in house quasi pubblica (cosi definita perché sottomessa al controllo analogo da parte dei poteri pubblici, esclusivamente attiva sul territorio della Puglia e operante unicamente nel settore del servizio idrico integrato). Il nuovo AQP non sarebbe più sottomesso al controllo analogo, diventerebbe una multiutilities e opererebbe in altre regioni.
L’organizzazione del Festival dell’acqua a Bari proprio nel palazzo dell’Acquedotto Pugliese in questi giorni (8-11 ottobre) ad opera di Utilitalia, la federazione italiana delle multiutilisties che vede attivamente coinvolte ACEA, HERA, IREN, A12, Suez, Veolia e tutta la crème del mondo tecno-scientifico italiano al servizio del settore privato, deve essere interpretata come un segno della disponibilità finale delle autorità pugliesi a fare il salto?
Tutto sembra suffragare questa ipotesi. Sarebbe un atto fragoroso dell’abdicazione della classe politica e dirigente pugliese e della sua subordinazione agli interessi privati del capitalismo finanziario europeo ed internazionale. Che vergogna, sarebbe. Occorre aspettare, però, la sua ufficializzazione.
Dunque, considerato il contesto, l’iniziativa degli acquaioli del Mezzogiorno, sulla scia delle attività degli acquaioli napoletani/campani e di quelli di Bari/Puglia è di grande importanza. I cittadini dimostrano di essere in allerta, non vogliono cedere alla rassegnazione ma vogliono agire per contrastare lo stato malsano, inefficiente, antidemocratico e socialmente ingiusto della situazione dell’acqua in Italia ed in particolare nel Mezzogiorno.
La «Carta di Bari», approvata il 7 ottobre dai rappresentati della «Rete a difesa delle sorgenti» riafferma con forza e serietà che i cittadini vogliono essere parte attiva nei processi di decisione del presente e del futuro dell’acqua nelle loro regioni. Riafferma altresì la loro scelta, consacrata dal referendum del 2011, in favore dell’acqua bene comune pubblico e del diritto umano all’acqua per la vita, che non deve essere pagato in veste di consumatori ma finanziato come cittadini, dalla fiscalità e dalla collettività. La «Carta di Bari» propone cinque priorità d’azione e di regolazione pubblica a livello regionale/nazionale e europeo/mondiale e specialmente per una politica dell’acqua del Mezzogiorno: promozione (indispensabilità dell’acqua per la vita), protezione (contro l’accaparramento, i furti, l’inquinamento, il bioterrorismo…), prevenzione (innovazioni per ridurre i prelievi, gli sprechi, garantire la conservazione, migliorare la qualità), partecipazione (anima della democrazia) e prossimità (la cura dell’acqua è propria delle comunità). Un bel lavoro collettivo, serio.
Responsabilità d’iniziativa cittadina che contrasta con l’incuria e la pervicacia illegale dei gruppi tecnocratici pubblici e privati al potere.

martedì 10 ottobre 2017

9 ottobre 2017: LA CARTA DI BARI PER LA DIFESA DELLE FONTI D’ACQUA”



COMUNICATO STAMPA
BARI, 9 ottobre 2017
 

23 MILA KM DI ACQUEDOTTI CREATI DAL PUBBLICO SONO SOTTO ATTACCO DELLE MULTINAZIONALI, PUNTANO AI 60 MILIARDI CHE L’AUTORITÀ METTE IN BOLLETTA PER RISTRUTTURARLI

LE LOBBY PREMONO SUI 2000 COMUNI, CHE RISPETTANO IL REFERENDUM E CHIEDONO DI COMPLETARE L’OPERA DI PRIVATIZZAZIONE DELL’ITALIA

ADOTTATA ALL’UNANIMITÀ “LA CARTA DI BARI PER LA DIFESA DELLE FONTI D’ACQUA”
 NO AL GESTORE UNICO DEL CENTRO SUD ITALIA. Il piano delle multinazionali francesi Suez e Veolia deve essere fermato con ogni mezzo democratico”, questa la posizione espressa dalla Rete a Difesa delle Fonti d’Acqua del Mezzogiorno d’Italia, riunitasi a Bari il 7 ottobre scorso.
Presenti i rappresentanti di tutte le regioni del distretto appenninico e non solo, che hanno ricostruito e discusso il progetto di occupazione delle sorgenti idriche messo in campo dalle lobby.

“I cambiamenti climatici e l’inquinamento riducono l’acqua e le Corporation si accaparrano quella disponibile – dice il referente Pugliese della Rete - con l’obiettivo di speculare sulla sete dei cittadini”.

Dal confronto è emersa la centralità del ruolo dell’Acquedotto Pugliese. “Se Emiliano non è in grado di fronteggiare le pressioni del Governo e delle Multinazionali, abbia il coraggio di lasciare e torni a fare il magistrato” affermano gli attivisti della Rete “Chiediamo all’uomo di legge di assumere una posizione chiara di rispetto della Costituzione della Repubblica italiana”.

La Carta di Bari fa propria la Risoluzione 64/2010 delle Nazioni Unite, che proclama il diritto universale all’acqua e chiede al Governo e al Parlamento italiano di nazionalizzare la gestione delle fonti d’acqua, come previsto dall’articolo 42 della Costituzione e alle Regioni di programmare e sostenere le ripubblicizzazioni.

Le lobby premono per privatizzare anche i 2000 Comuni d’Italia, che resistono con le gestioni in economia nel rispetto del referendum del 2011. Puntano ai 60 miliardi per gli investimenti, che l’Autorità li autorizza a prelevare in bolletta.  L’Italia già privatizzata ristruttura le reti con una media di 3,8 km all’anno. Per ripararle tutte ci metteranno 250 anni creando emergenze idriche.

La Cassa del mezzogiorno, gestione pubblica del dopoguerra, ha costruito 23 mila km di reti idriche con fondi pubblici in meno di 30 anni portando l’acqua in tutte le città del centro sud Italia.

SUEZ e VEOLIA (l’una controllata dallo Stato francese, l’altra dalla Cassa Depositi francese) sono state cacciate in oltre 50 gestioni dell’acqua in Francia, compresa Parigi, a causa dei disastri che hanno prodotto. Hanno spostato i loro interessi in Italia dove le multinazionali francesi già controllano l’acqua nel Lazio, l’ACEA e Acqualatina, in Umbria, Umbriacque, in Campania, la Gori, la Gesesa e Acqua Campania, in Calabria influenzano la Sorical e hanno puntato il Molise e la Basilicata. Stanno allungando i loro tentacoli sull’Abruzzo, la Sicilia e altre regioni d’Italia. “Un piano industriale di medio temine – dichiara la referente Campana - che punta ad accorpare in un unico grande soggetto non solo all’acqua, ma anche i rifiuti, i trasporti e l’energia, per acquisire il controllo dei servizi pubblici locali di oltre 15 milioni di abitanti”.

RETE A DIFESA DELLE FONTI D’ACQUA DEL MEZZOGIORNO D’ITALIA

Per info:
Maurizio 3473543782, Federico 3802370343, Consiglia 3297745761

lunedì 9 ottobre 2017

ACQUA. Loro il Festival dei profitti, Noi la Rete dei diritti



ACQUA
Loro il Festival dei profitti
Noi la Rete dei diritti


I mercanti dell'acqua organizzano a Bari la spartizione dei nostri territori attraverso il disegno di un "Grande Acquedotto del Sud” (privato ovviamente).
La risposta dei movimenti popolari al Festival dell'acqua è la Carta di Bari per la difesa delle fonti idriche del Mezzogiorno. La Carta costituirà la piattaforma sulla quale organizzare la mobilitazione interregionale per bloccare questo progetto.
La nostra proposta è la costituzione di enti territoriali di diritto pubblico per la gestione del SII che preveda meccanismi di controllo e di partecipazione in coerenza con la volontà popolare espressa attraverso il referendum del 2011.

Prendiamo atto che la Regione Puglia sceglie come interlocutori le multinazionali invece dei cittadini, spianando la strada alla privatizzazione dell'Acquedotto Pugliese e di tutti gli enti gestori del sud Italia. Una Regione al servizio delle lobbies di Acqua, Energia e Rifiuti con Emiliano, come Vendola in passato, a fare gli onori di casa.

È sconcertante che l'Università, luogo della costruzione del sapere critico si presti a una operazione di propaganda legittimando cosi un sistema che antepone il profitto al diritto umano all’acqua.

Loro il Festival dei profitti, noi la Rete dei diritti.

Rete per la Difesa delle Fondi d'Acqua 
del Mezzogiorno d'Italia