La riscossa degli acquaioli del Mezzogiorno
di
Riccardo Petrella
I militanti per l’acqua bene comune e diritto di tutti gli abitanti
della Terra – gli “acquaioli» – di tutte le regioni del Mezzogiorno sono
sempre di più nella lotta contro la
prepotenza antidemocratica e il
mercantilismo predatore dei gruppi sociali dominanti.
Dal 2011 in particolare, l’intera classe dirigente politica,
economica e tecno-scientifica italiana (salvo rare eccezioni) è in uno
stato di
potenza illegale. Rifiuto esplicito di
rispettare gli esiti referendari sull’acqua bene comune e diritto umano
e, addirittura, decisione di continuare a legiferare in materia di acqua
contro la volontà espressa dalla stragrande maggioranza dei cittadini
italiani. Stato d’illegalità, anche, nei confronti delle direttive UE,
tanto che la Commissione europea ha dovuto fare severe sanzioni contro
l’Italia per flagrante inadempienza nel campo della salvaguardia e
protezione delle risorse idriche, della qualità delle acque potabili e
della presentazione/esecuzione di piani nazionali di gestione dei
bacini idrografici. Stato d’illegalità macroscopica, infine, riguardo
l’insieme delle azioni di gestione del territorio, dei suoli, dei corpi
idrici, illustrato dal fatto che il governo non fa che navigare a vista,
nell’urgenza continua, in reazione ai sempre più frequenti e gravi
disastri delle inondazioni, delle siccità, delle frane, dei terremoti
causati in larga parte dall’incuria, dagli interessi corporativi a corto
termine, e dalla corruzione dei gruppi dominanti al potere.
Nel frattempo il Rapporto 2017 dell’Asvis, l’Alleanza italiana per lo
sviluppo sostenibile conferma che la scarsità di acqua è una seria
minaccia in dieci Regioni, cioè a dire Emilia Romagna, Veneto, Toscana,
Marche, Lazio, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Non a caso,
quest’estate hanno dichiarato lo stato di calamità. E che fanno i
poteri (pubblici e privati) che «governano» l’Italia?
I governi succedutisi in questi ultimi anni, anche a livello
regionale e delle collettività locali, sono stati maggiormente
preoccupati dal
tappare buchi e dal
rispondere ai diktat delle oligarchie europee
in nome dell’austerità di bilancio nell’affannosa ricerca di aumentare
il PIL di qualche decimo di frazione. I bollettini dei dominanti non
parlano che di crescita del Pil per poi trafficare i dati
sull’occupazione, sulla salute, e dimenticare di parlare dello stato del
territorio e della situazione catastrofica nella quale si trovano i
beni comuni ed i servizi pubblici del «Bel Paese», a partire dall’acqua.
Così, il progetto iniziale di legge su «Principi per la tutela, il
governo e la gestione pubblica delle acque», presentato nel 2012 (primo
firmatario l’On. Federica Draga – M5S) dai deputati M5S e SEL è stato
profondamente stravolto dalla Camera nel 2015, tanto che i 92 deputati
firmatari hanno tolto la loro firma al testo ancora in esame al Senato,
ma nulla di serio è stato fatto dai gestori delle grandi società (SpA)
multiutilities quotate in Borsa (HERA, IREN, ACEA, A2a…) che oramai
dominano
«l’industria idrica» italiana. La media
nazionale delle perdite d’acqua delle reti idriche del paese è salita
nel 2016 al 38,2 dal 35,6 % del 2012 (dati ISTAT ripresi dal Blue Book
di Utitalia 2017).
Per quanto riguarda i poteri privati, essi hanno investito pochissimo
nelle reti, malgrado le promesse fatte rispetto alla gestione
«pubblica». Se gli investimenti dovessero seguire il ritmo degli ultimi
dieci anni ci vorranno più di 200 anni per rinnovare l’intera rete
idrica. Eppure i privati hanno sempre una grande voglia di mettere le
mani definitivamente sull’intero sistema idrico nazionale. La loro è una
visione delle cose ben nota, centrata sulla creazione di quattro/cinque
grandi gruppi multiutilities parti integranti dei grandi insiemi
finanziari/industriali e commerciali alla SUEZ/ENGIE, alla Vivendi, alla
EON.
In questo senso, le regioni del Mezzogiorno restano un obiettivo
fondamentale. A condizione però che le autorità pubbliche diano il via
libera alla privatizzazione della gestione delle acque. Riprendere in
mano il controllo dell’ABC di Napoli, così come dell’acquedotto pugliese
AQP, il più grande «simbolo dell’acqua pubblica» in Italia fino agli
ultimi anni del secolo scorso, è considerato un obiettivo strategico.
Il silenzio che i poteri pubblici della Puglia mantengono sul futuro dell’AQP la dice molto lunga su ciò che è in gioco.
Oramai sono personalmente convinto che la classe politica
ed economica della Puglia sia favorevole alla privatizzazione dell’AQP
sotto tutti gli aspetti. Per questo, però, devono essere capaci di
«passare il Rubicone», cioè dire apertamente e fare approvare
pubblicamente dai pugliesi e dalle altre forze associative italiane
l’apertura del capitale dell’AQP ai privati, mediante l’accettazione di
un notevole aumento della tariffa dell’acqua per i primi 4-5 anni, tra
il 4 ed il 7%, affinché il rendimento del capitale immesso dai privati
possa essere rapido e significativo. Quindi, totale adesione alla
teoria capitalista mercantile dell’acqua
fondata sul principio dogmatico che la tariffa pagata dall’utente per
un servizio essenziale ed insostituibile per la vita deve finanziare
tutti i costi del servizio ed in particolare la remunerazione del
capitale (profitto). Se questa condizione non fosse rispettata, nessun
capitale privato sarà disposto ad investire nell’AQP. Non solo, ma le
autorità pubbliche dovrebbero accettare di procedere alla trasformazione
dell’AQP da impresa di servizio idrico integrato in una SpA
multiutilities (per di più quotata in Borsa in pochi anni), attiva in
altri settori come quelli dei rifiuti, dell’energia, dell’ambiente.
Dovrebbero accettare inoltre che che l’AQP multiutilities sia
autorizzata a fare alleanze, fusioni e concentrazioni con altre imprese
più piccole del Molise, dell’Abruzzo, della Lucania, della Calabria e, a
più lungo termine, con le imprese di Napoli, per dare vita ad una
grande SPA multiutilities del Mezzogiorno capace di competere con le
altre multiutilities europee, specie sui mercati del Mediterraneo e
dell’Africa. Sarebbero così raggiunti dei livelli di «rendimento»
(ROI-Return on investment) sufficientemente appetitosi per i capitali
privati sui mercati finanziari nazionali e mondiali.
Il silenzio da più di un anno e mezzo da parte del presidente della
regione Puglia sul futuro dell’AQP è verosimilmente dovuto al fatto che,
forse, non era pronto a fare il salto. Il salto sarebbe notevole perché
l’AQP cesserebbe di essere una SpA in house quasi pubblica (cosi
definita perché sottomessa al controllo analogo da parte dei poteri
pubblici, esclusivamente attiva sul territorio della Puglia e operante
unicamente nel settore del servizio idrico integrato). Il nuovo AQP non
sarebbe più sottomesso al controllo analogo, diventerebbe una
multiutilities e opererebbe in altre regioni.
L’organizzazione del Festival dell’acqua a Bari proprio nel palazzo
dell’Acquedotto Pugliese in questi giorni (8-11 ottobre) ad opera di
Utilitalia, la federazione italiana delle multiutilisties che vede
attivamente coinvolte ACEA, HERA, IREN, A12, Suez, Veolia e tutta
la crème
del mondo tecno-scientifico italiano al servizio del settore privato,
deve essere interpretata come un segno della disponibilità finale delle
autorità pugliesi a fare il salto?
Tutto sembra suffragare questa ipotesi. Sarebbe un atto fragoroso
dell’abdicazione della classe politica e dirigente pugliese e della sua
subordinazione agli interessi privati del capitalismo finanziario
europeo ed internazionale.
Che vergogna, sarebbe. Occorre aspettare, però, la sua ufficializzazione.
Dunque, considerato il contesto,
l’iniziativa degli acquaioli del Mezzogiorno, sulla scia delle attività degli acquaioli napoletani/campani e di quelli di Bari/Puglia
è di grande importanza.
I cittadini dimostrano di essere in allerta, non vogliono cedere alla
rassegnazione ma vogliono agire per contrastare lo stato malsano,
inefficiente, antidemocratico e socialmente ingiusto della situazione
dell’acqua in Italia ed in particolare nel Mezzogiorno.
La «Carta di Bari», approvata il 7 ottobre dai
rappresentati della «Rete a difesa delle sorgenti» riafferma con forza e
serietà che i cittadini vogliono essere parte attiva nei processi di
decisione del presente e del futuro dell’acqua nelle loro regioni.
Riafferma altresì la loro scelta, consacrata dal referendum del 2011, in
favore dell’acqua bene comune pubblico e del diritto umano all’acqua
per la vita, che non deve essere pagato in veste di consumatori ma
finanziato come cittadini, dalla fiscalità e dalla collettività. La
«Carta di Bari» propone
cinque priorità d’azione e di
regolazione pubblica a livello regionale/nazionale e europeo/mondiale e
specialmente per una politica dell’acqua del Mezzogiorno: promozione
(indispensabilità dell’acqua per la vita), protezione (contro
l’accaparramento, i furti, l’inquinamento, il bioterrorismo…),
prevenzione (innovazioni per ridurre i prelievi, gli sprechi, garantire
la conservazione, migliorare la qualità), partecipazione (anima della
democrazia) e prossimità (la cura dell’acqua è propria delle comunità).
Un bel lavoro collettivo, serio.
Responsabilità d’iniziativa cittadina che contrasta con l’incuria e
la pervicacia illegale dei gruppi tecnocratici pubblici e privati al
potere.