A costo di risultare impopolare e con riserva di tornare a spiegarne più diffusamente le ragioni, invece, non posso non rilevare che quanto accaduto costituisce la sconfitta dello Stato di diritto o, almeno, della speranza di applicare alla Rete le regole del diritto che governano - o dovrebbero governare - fuori dalla Rete la convivenza tra i cittadini.
Prima di proseguire è bene chiarire che Facebook ha, evidentemente, il diritto - che si riserva per contratto - di intervenire così come è intervenuto: a casa sua - anche se tutti, a tratti, ambiamo a considerarla un po nostra - fa ciò che vuole.
Il punto, tuttavia, è un altro: nessuno, in un Paese civile, dovrebbe potersi arrogare il diritto di sostituirsi ad un giudice nello stabilire cosa è lecito che i cittadini dicano e cosa, invece, è illecito o, peggio ancora, sconveniente.
E’ un potere che non compete al Governo e men che meno dovrebbe competere ad un soggetto privato che agisce secondo le regole del mercato.
Quando questa fondamentale regola di democrazia viene tradita il rischio è che l’espressione censura più volte evocata divenga concreta e finisca, addirittura, con l’essere esercitata da un soggetto privato in chiave “autodifensiva”.
La decisione assunta oggi da Facebook credo costituisca una sconfitta un pò per tutti.
Magistratura e Garante per la privacy stavano esaminando, ciascuno per quanto di propria competenza, l’eventuale sussistenza di condotte illecite perpetrate attraverso i gruppi su Facebook e lavorando all’individuazione degli eventuali responsabili.
Il governo, dal canto suo - per sindacabili che fossero le iniziative prospettate - stava ipotizzando di varare provvedimenti straordinari ed urgenti.
Si tratta di naturali reazioni e procedure - che le si condivida o meno nel metodo e nei contenuti - in uno Stato di diritto.
Ora, da molti, il pericolo è avvertito come superato ed in pochi si preoccuperanno di intervenire, domani, per restituire voce e parole ai milioni di cittadini italiani che avevano legittimamente deciso di utilizzare Facebook per discutere dell’aggressione al Capo del Governo.
Si sbaglierebbe, tuttavia, se si addossasse interamente la responsabilità dell’accaduto ai gestori del popolare socialnetwork perché si ometterebbe di considerare che quella che si è consumata nelle scorse ore è la più naturale reazione di un imprenditore privato che vede la sua attività criminalizzata da parte del governo di un Paese nel quale fattura milioni di euro: volendo continuare ad operare in Italia, Facebook si è naturalmente preoccupato di non entrare in rotta di collisione con l’Esecutivo.
Ovvio che così facendo ha però mostrato tutta la sua debolezza e la prossima volta che in un gruppo creato per organizzare una nuova manifestazione del popolo viola contro il premier - che sia quello di oggi o quello di domani - ci sarà un Ministro che si sentirà legittimato a richiedere, per le vie brevi, la chiusura di quel gruppo.
Un’ultima considerazione: il gesto di Facebook di questo pomeriggio non sarà a costo zero per il gestore della piattaforma di social network.
Da questo momento - ma in realtà Facebook non è nuovo a certi interventi - infatti, la piattaforma non può più considerarsi una piattaforma di mera intermediazione di contenuti con la conseguenza che non può più beneficiare della speciale disciplina dettata dalla disciplina sul commercio elettronico.
Se Facebook considera i contenuti degli utenti come suoi e ne rivendica il diritto di “vita o di morte”, ha scelto di essere un editore del nuovo millennio con tutto ciò che ne comporta.
Questa sera il meetUp terrà il suo 15° incontro ACQUA si NASCE, PUBBLICA si RESTA nell'ambito della campagna nazionale SALVA l'ACQUA. I comuni che corrono ai ripari modificando lo STATUTO COMUNALE (inserendo il diritto all'acqua) sono sempre di più. Soprattutto aumentano i colori delle forze politiche che si rendono conto delle ripercussioni gravi che una comunità avrebbe se la gestione dell'acqua passasse in mano ai privati. In primis, aumento delle tariffe (dal 300% per gli usi civili al 4000% per le utenze commerciali, fino all'11.000% per l'industria... Acqualatina S.P.A. docet!!).
A questo aggiungete che il C.N.E.L. (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), organo costituzionale, il 5/6/08 si è espresso in maniera sfavorevole rispetto alla privatizzazione del servizio idrico integrato in quanto BENE PUBBLICO sancendo che “l’acqua non è un prodotto commerciale al pari degli altri” e ribadendo che “i soggetti gestori è opportuno che vengano configurati come enti pubblici e che l’acqua vada considerata come bene fondamentale e, dunque, di proprietà e gestione pubblica, al pari della salute, istruzione e sicurezza”.
I guasti della privatizzazione non sono invenzioni: sono realtà ad Aprilia e hanno persino portato scontri e morte in Bolivia, a Cochabamba. Riaffermare la cultura dell'acqua come diritto e non come merce è il primo passo per impedire queste distorsioni. Per questo motivo è importante esserci il 17 a Bari presso l'Aula “A. Moro” della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bari, dove si terrà un importante appuntamento organizzato dal Comitato Pugliese Acqua Bene Comune. Si tratta di una tavola rotonda che vedrà attorno al tema "Acqua Bene Comune dell'umanità - la Puglia verso la ripubblicizzazione dell'AQP", oltre il presidente Vendola e l'ass. Amati alcuni protagonisti della campagna mondiale contro la privatizzazione dell'acqua: Oscar Olivera, rappresentante della Coordinadora del Agua y la Vida e fra i protagonisti della Guerra dell’Acqua di Cochabamba (Bolivia). Anne Le Strat, Presidente di Eau de Paris, la società rimunicipalizzata che gestisce il servizio idrico a Parigi – in collegamento da Copenhagen.
Inoltre, alla tavola rotonda vedrà la partecipazione di: Paolo Carsetti, segretario del “Forum italiano Movimenti per l'Acqua”, portavoce della campagna nazionale per la ripubblicizzazione, sostenuta da migliaia di associazioni e centinaia di Enti Locali. Daniela Zizzi, assessore del Comune di Cisternino, del “Coordinamento pugliese Enti Locali per la ripubblicizzazione dei servizi idrici”, Gianni Carella, che porterà la sua testimonianza di lavoratore AQP.
I lavori saranno coordinati da Margherita Ciervo, del Comitato pugliese “Acqua bene comune” e autrice del libro “Geopolitica dell'acqua”.
Un gruppo d’acquisto e' formato da un insieme di persone che decidono di incontrarsi per acquistare all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune, da ridistribuire tra loro. Un gruppo d’acquisto diventa solidale (GAS) nel momento in cui decide di utilizzare il concetto di solidarietà come criterio guida nella scelta dei prodotti. Solidarietà che parte dai membri del gruppo e si estende ai piccoli produttori che forniscono i prodotti, al rispetto dell’ambiente, ai popoli del sud del mondo e a coloro che - a causa della ingiusta ripartizione delle ricchezze - subiscono le conseguenze inique di questo modello di sviluppo. Anche ad Altamura esiste un G.A.S., si chiama Chiacchiereffrutt e tra mille difficoltà cerca di mantenersi vivo. Fondamentale per gli appartenenti al G.A.S. ma anche per chi, pur senza farne parte, crede nella necessità del consumo critico e di una produzione che remuneri il contadino ma non distrugga la terra è l'esperimento di Giuseppe Clemente e di Ergoneticon. Ogni venerdi e lunedi a partire dalle 16,00 potete andare presso la sede che si è aperta nell' ultima traversa di via carpentino (via cicerone) per acquistare i prodotti di Giuseppe e soci, coltivati secondo i dettami dell'agricoltura biodinamica. Andate numerosi, parlateci, esprimetevi: l'esperimento di Ergoneticon è il primo nel suo genere, conserva tutte le caratteristiche di una filiera corta con la possibilità di creare posti di lavoro per chi gestisce logistica, contabilità, burocrazia e tutto ciò che richiede impegno. Diamo una mano a chi si sta spendendo in tutto e per tutto per una economia più giusta, a suo rischio e pericolo.
Stamattina tre ragazzi del meetup il Grillaio si sono recati a Terlizzi, dove hanno parlato di risparmio e di cultura dell'acqua in due scuole elementari e in una scuola superiore.
Ad accoglierli, oltre ad un ragazzo interessato all'evento, c'erano due donne: l'assessore alle politiche ambientali e l'assessore alle politiche dello sviluppo (4 assessori su 7 sono donne!), che li hanno accompagnati e seguti per tutto questo piacevole tour di sensibilizzazione nelle tre scuole, spendendo così l'intera mattinata. Un esempio da seguire per gli amministratori di Altamura...
Nel comune di Terlizzi infatti sono stati gli stessi assessori a mobilitarsi, mobilitare e interessarsi direttamente, informarsi e informare su un tema VITAle com'è quello de DIRITTO all'ACQUA (messo in discussione dalla L.135/2009). Tant'è che i ragazzi del meetup sono stati invitati da esponenti della classe politica terlizzese, senza doversi sforzare, per una volta, di sollevare questa problematica di proprio pugno.
Certo, non si tratta di elemosinare ospitalità dall'amministrazione nostrana. Tuttavia quest'ultima di recente non ha mostrato molto interesse per l'ACQUA PUBBLICA e sicuramente fa una magra figura di fronte all'amministrazione di Terlizzi. Nella città dei fiori, hanno approvato una delibera di giunta (e questa ce l'abbiamo anche noi!) con la differenza che lì hanno promosso una giornata a tema coivolgendo scuole, comunità, parrocchie, boy scout... e tutta la società civile (basta guardare la locandina). Ci hanno anche superato sulla modifica dello statuto, in discussione già nel loro prossimo consiglio comunale.
Dulcis in fundo, la posizione del comune di Terlizzi è stata anche pubblicata sul suo stesso sito. Ed è chiara... come l'acqua.
Evidentemente non sono più sufficienti i nomi rassicuranti dei santi (sant'anna, san gemini, santa maria degli angeli, san pellegrino)... o i santi benedetti (valgono di più!)... Non bastano neanche tutti i santi, gli angeli, gli arcangeli e la trinità messi insieme nell'ultima trovata "PARADISiaca" del marketing. La minore disponibiltà economica, unitamente ad una presa di coscienza della stupidità/assurdità di alcune abitudini come il consumo di acqua minerale, probabilmente sta allarmando le socità che imbottigliano la pioggia per poi riverderla a caro prezzo. Sapete quanto paga in Puglia chi imbottiglia acqua e riempie i cassonetti (e non solo) di plastica? 1 uro (UNO!) per ogni ettaro di suolo occupato... all'anno! e senza limiti di captazione! Evidentemente, dicevamo, qualcuno comincia ad accorgersi di questa grave aberrazione del nostro mondo "moderno" (camion che viaggiano su e giù per l'Italia, bottiglie di plastica che per l'80% finiscono in discarica, una "qualità" molto discutibile e... di una scomodità tremenda!) così queste aziende corrono ai ripari. Negli ultimi 20 anni hanno cercato di convincere il popolo d'itaglia che l'acqua minerale è meglio perchè... fa dimagrire, ti fa diventare un bravo giocatore, ti fa ringiovanire, ti fa divertare più bella, ti fa fare tanta pipì... e questo a colpi di spot pubblicitari = di milioni di euro spesi su tv, radio, giornali.
Ora si passa al piano B: convincerci che quelle scelte possono addirittura legarsi alla lotta contro il surriscaldamento globale!!! ta taaaaaan! Si chiama greenwashing ed è una cosa mooolto pericolosamente subdola! La san Benedetto partner (sponsor) di una delle più grandi campagne "...per promuovere un cambiamento e una rapida azione allo scopo di salvare il pianeta da pericolosi livelli di cambiamento climatico" si affianca a chi in questi giorni a Copenhagen studia le possibiltà che l'umanità ha di salvarsi e propone strategie e questo non è buono nè giusto.Chissà se i grandi riuniti al vertice di Copenhagen bevon acqua della fontana in caraffe di vetro e bicchieri non usa e getta. E speriamo prendano le distanze dai lupi travestiti da agnelli. da unimondo.org:
Che c'azzeccano gli ecologisti con la San Benedetto? Me lo son chiesto ieri vedendo la pubblicità a tutta pagina su 'la Repubblica' della multinazionale dell'acqua sulla quale campeggiava il titolo "San Benedetto sostiene TckTckTck, Time for Climate Justice".
Come i nostri lettori sanno, la coalizione TckTckTck.org - a cui partecipano 188 organizzazioni internazionali - promuove da mesi la 'Global Campaign for Climate Action' (GCCA). Una campagna di rilievo della quale Unimondo ha ripetutamente informato e che - tra l'altro - è stata ampiamente segnalata sul nostro sito oltre che su diversi siti del network OneWorld - di cui Unimondo è partner - tra cui OneClimate.net promosso da OneWorld UK. Stiamo parlando, dunque, di associazioni partner e non di secondo piano: si va da Amnesty International a Greenpeace, da Oxfam al WWF giusto per citare solo le più note.
Si tratta di un'importante coalizione internazionale del mondo umanitario ed ecologista: "TckTckTck.org è un progetto - spiega il sito - della Global Campaign for Climate Action (GCCA), una coraggiosa, nuova iniziativa che coinvolge un crescente numero di organizzazioni nazionali e globali a sostegno di un unico obiettivo: mobilitare la società civile e galvanizzare l'opinione pubblica per un promuovere un cambiamento e una rapida azione allo scopo di salvare il pianeta da pericolosi livelli di cambiamento climatico". Un obiettivo - a parte l'intento di mobilitazione - forse un po' generico che comunque la coalizione specifica nell'appello "The Deal we Need" che chiede che la Conferenza sul Clima di Copenhagen definisca un accordo "ambizioso, equo e vincolante".
A ben guardare la coalizione TckTckTck.org sembra essere il lato "movimentista" di un altra campagna, la "Time for Climate Justice" che - come spiega il promotore, l'ex Segretario generale dell'Onu, Kofi A. Annan - "cerca di influenzare i leader politici affinchè raggiungano alla Conferenza di Copenhagen un accordo robusto, equo e effettivo". Considerando il logo "Tck" ripetuto - verticalmente stavolta - tre volte (logo che in questa forma si ritrova anche in diverse foto nella pagina della campagna TckTckTck.org - e le principali ong che promuovono (le due?) iniziative sono - soprattutto le principali (Amnesty, Greenpeace, Oxfam, WWF...) - le medesime, l'affinità è evidente.
E' proprio il logo con la scritta verticale "Tck Tck Tck, Time for Climate Justice" quello che appare nella pubblicità della San Benedetto sui quotidiani di ieri (vedi foto). "L'Acqua Minerale San Benedetto Spa - spiega l'azienda nella presentazione della pubblicità - è società leader del settore delle acque minerali e ha aderito alla campagna 'Tck tck tck: Time for Climate Justice' perché profondamente persuasa della validità del suo messaggio chiave: sensibilizzare i "grandi" del mondo affinché traducano finalmente in azioni concrete ed efficaci l’ideale del rispetto per l’ecosistema".
"Per aiutare il pianeta, San Benedetto non si è mai fatta pregare" - ha spiegato il presidente della società Enrico Zoppas. "Siamo da sempre attenti al rispetto per l’ambiente – ha continuato Zoppas – con un’intensa e costante attività di ricerca e innovazione tecnologica che ci ha permesso di ridurre l’impiego di pet nella produzione delle bottiglie e di modificare il ciclo produttivo al fine di ridurre le emissioni di CO2". Un’attenzione testimoniata - secondo la multinazionale - proprio dalla linea di bottiglie "Eco-friendly", "prodotte con almeno il 30% di PET in meno rispetto agli anni 80". L'anno esatto di raffronto è il 1983 nel quale - spiega l'azienda nella sezione del suo sito dedicata a "Una storia di successo" - "è stata la prima azienda italiana nel settore a lanciare i contenitori in PET".
Quei contenitori, tanto per capirci, che proprio dagli anni Ottanta hanno incominciato a invadere l'ambiente e che producono - spiega la campagna "Imbrocchiamola!" promossa da Altreconomia e Legambiente - "montagne di bottiglie di plastica da smaltire e tante emissioni di CO2 per il trasporto su gomma che potrebbero essere risparmiate". Che la San Benedetto - multinazionale italiana del gruppo Finanziaria San Benedetto S.p.A. - trovi profittevole riciclarsi l'immagine aderendo ad una campagna come la Tck non mi stupisce: fa parte della sua mission fare affari con chi può.
Ma che attente associazioni umanitarie ed ecologiste come Amnesty, Greenpeace, Oxfam e WWF non abbian visto la pubblicità a piena pagina della San Benedetto e la sua autoproclamazione a paladina del "rispetto per l’ecosistema" o che vedendola rimangano impassibili a guardare - al momento non trovo loro prese di posizione in merito - mi stupisce non poco.
Per le acque minerali trovare un'organizzazione umanitaria di cui sostenere qualche progetto sembra essere diventato un nuovo business. Ha cominciato qualche anno fa la Ferrarelle sponsorizzando l'Unicef per un progetto per portare l'acqua in Eritrea in 30 scuole a beneficio di circa 9.000 bambini e bambine (ricordate questo spot?). Ha proseguito l'acqua Norda sostenendo Terres des Hommes nel progetto 'La casa del sole' per "proteggere centinaia di bambini in Mozambico". E adesso la San Benedetto a favore di Tcktcktck.
Non ci piace fare il watchdog delle associazioni. Qualche volta ci siano trovati a indicare talune iniziative con sponsor criticabili e criticati dalle stesse associazioni (come nel caso di "M'illumino di meno"). E ci ha fatto piacere essere sommersi di mail di protesta dei nostri lettori quando lo scorso anno è apparsa la pubblicità di una banca sul nostro sito: segno che la società civile - o almeno i nostri lettori - è attenta alla coerenza tra ciò che si dice e chi sponsorizza.
I recenti esempi delle acque minerali nelle campagna umanitarie e ambientaliste ci dicono però che è arrivato il momento anche per le organizzazioni non profit di dotarsi di un "codice etico" soprattutto sugli sponsor. Perchè se è vero che il principio della responsabilità sociale deve valere per le imprese e le banche - cosi come per gli Enti locali - crediamo che ancor più debba contare per le associazioni non profit (onlus, ong ecc.) che sono impegnate nel campo umanitario e nello "sviluppo sostenibile". Non sarà un impegno semplice e porterà sicuramente alla rinuncia di qualche sponsor importante; ma crediamo sia necessario se non si vuole offrire al pubblico - già bombardato da annunci pubblicitari tra i più disparati - un messaggio distonico e contraddittorio. Sappiamo che esistono già progetti di studio e elaborazione attenti a questi temi: crediamo sia urgente giungere a definire presto delle linee guida che possano essere adottate da tutte le associazioni della società civile soprattutto in riferimento alle sponsorizzazioni e ai finanziamenti.
Continua ad essere deludente il risultato della raccolta differenziata ad Altamura. I dati - disponibili qui - si riferiscono al mese di settembre e disegnano una città ancora poco interessata a differenziare e a ridurre la quantità dei rifiuti prodotti (che si attestano stabili sui 39 chili al mese a testa!). Sarebbe importante cominciare a ridurre dove si può, dove è più semplice e maggiori sono i risultati a lungo termine: le scuole. Basterebbe dire STOP ALLA PLASTICA nelle mense degli asili: niente bottigliette d'acqua, ma caraffe (sul punto è stata presentata un'interpellanza da Enzo Colonna-Aria Fresca); niente piatti di plastica che fanno tanto "accampati", sostituiti da ceramica o plastica lavabile; promozione ed utilizzo dei pannolini lavabili o quantomeno di quelli biodegradabili. Aiuterebbe ELIMINARE I DISTRIBUTORI AUTOMATICI e favorire le buone pratiche, che in alcune scuole elementari sono diffuse, come quella di portare a scuola un frutto per la merenda oppure un bel pezzo di focaccia o una brioche del panificio all'angolo (kilometro 0 e gusto 1000). Mesi fa ilGrillaio e il G.A.S. hanno scritto una lettera aperta (clicca qui per il testo integrale) a tutte le istituzioni per interrompere questo ciclo vizioso di cattive pratiche alimentari ed ambientali, lettera firmata anche da molte altre associazioni e oggetto anche di un'interpellanza consiliare. Aspettiamo ancora una risposta concreta. Se chi ha potere decisionale non vuole ascoltare il buon senso...saremo costretti a gridare più forte. Se non cambiamo stile di vita finiremo a vivere nell'immondizia: seduti sul nostro divano con vista cassonetto! Cominciamo da noi, dal nostro stile di vita, altrimenti finiremo sereni e annegati...come l'uomo nella stanza di Ascanio Celestini.
La discussione sulla natura dell’ente gestore non è dottrinale ma sostanziale poiché la forma giuridica dell’impresa, lungi dall’essere neutra, ne definisce gli obiettivi. Nel caso di una società disciplinata dal diritto privato - come la S.p.a. - anche se a capitale pubblico, l’obiettivo è il profitto che sarà tanto più alto quanto più elevati saranno i ricavi e minori i costi. In Italia, però, si gioca con le parole e i fautori della privatizzazione sostengono a gran voce che ciò che si privatizza non è l’acqua ma la sua gestione, e propagandano i benefici che la concorrenza apporterebbe agli utenti (o, meglio, ai clienti) come la diminuzione delle tariffe, l’aumento degli investimenti e il miglioramento dell’efficienza. [...] In realtà, come sostiene Raffestin in Geografia del potere, “il potere si sforza di scegliere il sistema che corrisponde meglio al suo progetto, a costo di sconvolgere l’esistenza di quanti vi sono sottoposti” (p. 72); e nel caso specifico il sistema, costruendo le sue tesi sulla mistificazione, sta consegnando la gestione di un bene vitale (e, dunque, il controllo e l’accesso) ai privati, alla logica del profitto e della finanza, espropriando cittadini ed Enti locali di un diritto e di un bene comune. Ma andiamo per ordine. I servizi idrici possono essere gestiti in un mercato di concorrenza? La risposta è no, perché sono prodotti in condizioni di monopolio naturale, caratterizzato da costi fissi rilevanti per infrastrutture e impianti, economia di scala ed esclusività territoriale (cioè assenza di minacce competitive). In pratica, e come intuibile, il servizio idrico in un dato territorio può essere erogato solo da un’impresa. Dunque, l’unica “concorrenza” possibile è quella per il mercato: le grandi imprese, attraverso le gare di appalto, si contendono la concessione in esclusiva per un dato periodo con effetti ben diversi da quelli di un mercato di concorrenza. Infatti, la concorrenza per il mercato, come l’evidenza empirica dimostra, si sostanzia nella riduzione dei costi operativi che, lungi dal trasferire benefici agli utenti, si traduce in precarizzazione e diminuzione della sicurezza sul lavoro, peggioramento della qualità e della diffusione del servizio, deterioramento delle pratiche di tutela ambientale. A questo si aggiunge, sul piano politico, l’acquisizione privata di un monopolio e di un settore vitale e strategico per la produzione, il benessere individuale e sociale, che richiederebbe meccanismi istituzionali di controllo amministrativamente complessi ed economicamente onerosi. Del resto, anche in paesi con un’elevata capacità istituzionale, come il Regno Unito, “le privatizzazioni sono andate a discapito del pubblico interesse” (UNDP, 2006, p. 128). Dall’assunto della concorrenza derivano tre leggende metropolitane come dimostra, insieme a tanti altri, il caso di Arezzo, la prima città in Italia a privatizzare. La prima attiene alla diminuzione delle tariffe che, tuttavia, non si è mai realizzata a seguito di una privatizzazione. Infatti, essendo il servizio idrico un monopolio naturale, il prezzo non è determinato dalle regole della concorrenza ma imposto dal monopolista e, nel caso di un’impresa privata, la tariffa deve coprire non solo i costi di esercizio, ma anche gli investimenti e gli utili. Inoltre, la massimizzazione del profitto spinge l’impresa a estendere i servizi solo se c’è convenienza economica, vale a dire se i ricavi sono superiori ai costi. Tale meccanismo induce ad attuare politiche da un lato di incentivo dei consumi e/o di aumento dei prezzi, dall’altro di riduzione dei costi di gestione penalizzando gli utenti a reddito basso o le cui abitazioni siano localizzate in territori isolati o demograficamente “irrilevanti”. Gli effetti economici si trasferiscono nella sfera sociale determinando una diminuzione del potere di acquisto e, in caso di morosità, il distacco della fornitura di un bene vitale (anche in quei casi, come Acqualatina SpA, in cui tale atto è stato vietato dal tribunale; o in altri, come l’Acquedotto pugliese, in cui la SpA è ad azionariato pubblico). La seconda leggenda concerne l’aumento generalizzato delle tariffe come politica di risparmio idrico. In realtà, essendo l’acqua un bene essenziale, la sua domanda per la soddisfazione dei bisogni primari è rigida e, dunque, poco sensibile alle variazioni dei prezzi, con la conseguenza che difficilmente un aumento del prezzo anche cospicuo ne contrae il consumo. Il risultato è, piuttosto, quello di ridurre il potere di acquisto degli utenti più poveri. Del resto, se il profitto è l’obiettivo di gestione, una contrazione della domanda non può che ripercuotersi sulle tariffe determinandone un aumento, come accaduto a Firenze dove la diminuzione dei consumi di circa 13,8 milioni mc (dovuta a una campagna per il risparmio idrico) ha ridotto le entrate di circa 30 milioni di euro e Publiacqua (SpA a capitale misto) ha incrementato le tariffe del 9,5% (www.acquabenecomune.org). La terza leggenda metropolitana riguarda la necessità di privatizzare per aumentare la disponibilità finanziaria per gli investimenti. In realtà, la maggior parte degli investimenti sono “coperti” dalle tariffe e, comunque, nel caso di gestioni private risultano piuttosto contenuti e, a volte, finanche inferiori a quanto previsto nei contratti. Il Rapporto del COVIRI (2008) indica, a seguito dell’apertura ai privati, una riduzione degli investimenti previsti (di circa 2/3) e attuati (meno della metà, con riferimento a una media di tre anni) e l’istat, nel rapporto sullo stato degli acquedotti 2008, segnala un regresso nella capacità di distribuzione della rete idrica rispetto al 1999. Poiché l’informazione è causa e strumento del potere (Corna Pellegrini, Dell’Agnese, 1995, p. 125) l’apertura ai privati si accompagna a una campagna mediatica volta a screditare il servizio pubblico. Pare un dèjà vu. Queste parole, che scrivevo a proposito della privatizzazione dell’acqua in Bolivia, oggi sembrano adattarsi bene all’Italia. Un aspetto curioso deriva dal fatto che, fra chi grida all’inefficienza statale, agli sprechi e ai cattivi servizi, ai carrozzoni pubblici che distribuiscono poltrone, ci sono anche i politici che su quelle poltrone siedono. Del resto spesso il clientelismo e la corruzione sono connessi alla privatizzazione, come dimostrano i casi della COGESE a Grenoble e di Acqualatina (e altri che coinvolgono Veolia e Suez). In effetti, tali “costumi”, lungi dall’essere prerogativa del pubblico, sono piuttosto il frutto di una “cultura” e di una mentalità in cui l’interesse particolare (del burocrate come del manager) prevale sull’interesse comune. Difatti, un altro aspetto che solleva il D.L. 135 è la questione della democrazia, vale a dire la capacità del popolo di governare la res publica, la casa comune per il bene comune. In tal senso il primo punto da rilevare è che la privatizzazione dell’acqua sia stata sancita con un D.L. sul quale è stata posta la fiducia, sottraendo la decisione al dibattito parlamentare. Inoltre, l’art. 15 si pone agli antipodi della legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dei servizi idrici – sottoscritta da oltre 406.000 cittadini (a fronte di 50.000 firme necessarie) – ferma alla Commissione ambiente della Camera da più di 2 anni. L’art. 15 del decreto Ronchi non tiene in considerazione neppure le centinaia e centinaia di amministrazioni (di coalizioni diverse) che con delibera hanno sostenuto la legge di iniziativa popolare e che hanno creato il Coordinamento degli Enti Locali per la ripubblicizzazione dei servizi idrici. Del resto è stato ignorato anche il CNEL che in un documento del 5/6/08 dichiarava che “i soggetti gestori è opportuno che vengano configurati come enti pubblici”.[...] La cosa certa è che dopo che il governo ha posto la fiducia sul D.L., il valore delle azioni delle società del settore idrico è salito sensibilmente. Forse è giunto il momento di interpretare quello che accade alla luce delle relazioni fra potere finanziario e potere politico e di analizzare le strutture di potere che, come sostiene Petrella (2008), “scappano” al controllo democratico fino a imporsi a esso. Margherita Ciervo (referente Comitato Pugliese Acqua Bene Comune) per Luogoespazio.info