sabato 29 gennaio 2011

Referendum, la Consulta dà ragione ai movimenti per l'acqua bene comune



Le motivazioni della Corte sull'ammissibilità dei due referendum confortano anche noi altamurani impegnati nella promozione dell'acqua bene comune.
In tutti i nostri incontri abbiamo spiegato ai cittadini e agli amministratori che hanno voluto ascoltarci che il diritto comunitario non ci imponeva di privatizzare e che il decreto Ronchi, quindi, non andava accettato come inevitabile ma contrastato in quanto opzione né conveniente né moralmente accettabile.
E' una piccola vittoria, ma sono le gocce a creare l'oceano.

La Corte costituzionale nella giornata del 26 gennaio ha depositato le sentenze con cui motiva le dichiarazioni di ammissibilità dei due quesiti referendari sull'acqua depositati dal Comitato Referendario “2 Sì per l'Acqua Bene Comune”.
Sentenze che rendono giustizia alle ragioni dei promotori dei referendum e che smentiscono in primis l'ex ministro Ronchi e quanti avevano sostenuto che il Decreto che porta il suo nome era un atto dovuto in attuazione di obblighi comunitari. La Corte definisce che l'abrogazione di tale provvedimento avrà come diretta conseguenza l'applicabilità immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria la quale prevede la possibilità di gestione pubblica.
La Corte, con riferimento al secondo quesito ammesso, chiarisce una volta per tutte che con l’eliminazione del riferimento all' «adeguatezza della remunerazione del capitale investito» si persegue la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua, ne consegue una normativa immediatamente applicabile.
Una prima vittoria dei movimenti per l'acqua bene comune.
Il Comitato sollecita il Governo all'approvazione di un immediato provvedimento di moratoria sulla privatizzazione dei servizi idrici e a fissare la data di indizione dei referendum; rinnova la richiesta di accorpamento della consultazione alle elezioni amministrative della prossima primavera, per consentire ai cittadini di esprimersi su due referendum che porteranno alla ripubblicizzazione dell’acqua.
Il 5 e il 6 febbraio il popolo dell'acqua torna in piazza per lanciare con banchetti ed eventi l'autofinanziamento della campagna referendaria (tutte le informazioni su www.referendumacqua.it).
Roma, 27 gennaio 2011


Il Comitato Referendario "2 Sì per l'Acqua Bene Comune" sceglie il logo per la campagna referendaria. Abbiamo chiesto a tutti i grafici che avevano collaborato con il Comitato, e a tutti i nostri simpatizzanti esperti di grafica di mandarci le loro creazioni. Trovate qui tutte quelle ricevute. Cliccate, votate entro martedì 1 febbraio alle 19.00 e scegliamo tutte e tutti insieme il logo per la nostra campagna referendaria.

giovedì 27 gennaio 2011

GENOCIDI

TRATTO DAL SITO: DIRITTO DI CRITICA

Scritto da Erica Balduzzi il 27 gennaio 2011

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, in marcia verso Berlino, abbattono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Il mondo si trova dinnanzi per la prima volta all’orrore del genocidio nazista: da quel momento nomi come Auschwitz-Birkenau, Treblinka o Mauthausen diventano dolorosamente famosi, simboli eterni ed agghiaccianti del piano razziale di Hitler. Dalle testimonianze dei sopravvissuti e dal ritrovamento degli strumenti di tortura e di annientamento nei vari campi fu possibile scoprire la vera natura della ‘soluzione finale’ volta allo sterminio totale del popolo ebreo e di quei gruppi non conformi al disegno nazista di purezza e perfezione della razza ariana: rom, omosessuali, neri, malati di mente, comunisti, slavi e via dicendo. Tutti quei gruppi definiti Untermenschen, ‘sottopersone’. Tra il 1941 ed il 1945 nei campi di concentramento e di sterminio istituiti dal regime nazionalsocialista morirono tra i dieci e i quattordici milioni di persone.

Numeri che hanno reso l’Olocausto forse il genocidio più tristemente famoso del Novecento, quando non di tutta la storia fino ad oggi. Famoso ma, purtroppo, non unico: se infatti le testimonianze dei sopravvissuti e lo sdegno internazionale hanno fatto molto affinché nulla di quanto accaduto in quegli anni andasse dimenticato, lo stesso non si può dire di altri genocidi che nell’ultimo secolo hanno insanguinato il pianeta. Se si considera valida la definizione stabilita dall’ONU, secondo cui costituiscono genocidio ‘gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso’, è forse giusto che accanto alle vittime della follia nazista nel Giorno della Memoria si ricordino anche le vittime di altri genocidi che invece sono stati dimenticati

Armenia. Il genocidio armeno fu il primo del ‘900: tra il 1915 ed il 1916 il governo turco condusse una campagna di eliminazione sistematica della minoranza armena, già perseguitata dal sultano Abdul Hamid II tra il 1895 ed il 1897 perchè considerata nemica di religione oltre che alleata della Russia contro l’impero ottomano: solo in quell’occasione, definita ‘primo genocidio armeno’, nei pogrom furono uccise più di duecentomila persone. Quando salirono al potere i Giovani Turchi, i primi anni del ’900, la loro idea di una federazione di tutti i popoli inclusi nell’impero ottomano servì a mascherare in realtà un feroce nazionalismo turco che vedeva nell’elemento armeno un pericolo interno da distruggere. Si iniziò il 24 e 25 aprile 1915 con la deportazione e lo sterminio dell’intera intellighenzia armena (giornalisti, intellettuali, scrittori, persino parlamentari), per poi proseguire con arresti di massa della popolazione ed estenuanti ‘marce della morte’ nel deserto senza né cibo né acqua, mentre l’esercito turco massacrava i civili a macchia di leopardo in tutto il territorio. Fu solo con la fine della Prima Guerra Mondiale ed il conseguente trattato di Sèvres (1920) che si stabilì l’esistenza di uno stato armeno. Il governo turco non ha ancora riconosciuto il genocidio come tale e in Turchia è in vigore ancora oggi la legge del 1927 che vieta agli armeni l’ingresso nel Paese. Il numero di morti tra il 1915 ed il 1916 è stato stimato tra un milione e un milione e mezzo.

Holodomor, Ucraina. Con holodomor (dal russo moryty holodom, letteralmente ‘infliggere la morte per fame’) si indica una carestia ideata e realizzata dal regime comunista di Stalin nei primi anni Trenta per indebolire l’Ucraina e la sua tradizione di aziende agricole private. Dapprima si assistette ad una collettivizzazione forzata delle strutture agricole, alla quale si opposero i ricchi contadini e proprietari terrieri (i kulaki) del ‘granaio d’Europa’ che furono con questa scusa deportati in Siberia, dove morirono a migliaia. La collettivizzazione provocò una prima carestia e le confische alimentari dovennero una prassi istituzionalizzata, ma fu alla fine del 1932 che la situazione precipitò definitivamente: le autorità iniziarono a requisire non sono il grano ma qualunque genere alimentare e attrezzo agricolo nelle campagne, distrussero i forni da cucina, vietarono il possesso di cibo nelle zone rurali e qualunque tipo di commercio alimentare e arrivarono ad stabilire la pena di morte per chi rubasse qualcosa da mangiare. Dopo questi provvedimenti la gente cominciò a morire in massa: dapprima i bambini, poi gli uomini e gli anziani ed infine le donne. In tutto morirono di fame tra i sette ed i dieci milioni di persone: un numero che si aggiunge ai morti nei campi di lavoro in Siberia istituiti dal regime staliniano, i cosiddetti ‘gulag’, dove secondo le stime persero la vita all’incirca sei milioni di persone. L’holodomor è stato riconosciuto come crimine contro l’umanità dal Parlamento Europeo solo nel 2008.

Nigeria. La guerra civile scoppiò nel 1967, a seguito delle pressioni indipendentiste del popolo Igbo che aveva proclamato la Repubblica del Biafra nella zona sudorientale del Paese. La risposta del governo nigeriano a questa dichiarazione non si fece attendere: nel Biafra si trovano infatti i quattro quinti del petrolio nigeriano. Nel corso del conflitto, conclusosi nel 1970 a favore della Nigeria, si calcola che siano morte all’incirca due milioni di persone, soprattutto a causa di fame e malattie e tre milioni circa furono i profughi in fuga dalla zona. Tutte le infrastrutture delle regioni Igbo furono completamente distrutte. La guerra civile oltre alle vittime provocò anche una progressiva discriminazione del popolo Igbo, tanto nel settore pubblico quanto nel privato, che li ha resi uno dei gruppi etnici più poveri sulla terra. I leader del Biafra spingono affinché i crimini commessi durante la guerra civile siano riconosciuti come genocidio.

Cambogia. Il genocidio avvenuto in Cambogia è forse uno dei meno noti in Occidente, sia per il tentativo dei Khmer rossi di nascondere i loro crimini, sia per una certa distrazione mediatica nei confronti di zone del mondo ritenute ‘periferiche’. Tra il 1975 ed il 1979 i Khmer rossi guidati da Pol Pot occuparono il Paese: l’intera popolazione venne classificata in categorie come ‘popolo nuovo’ (da rieducare nei cosiddetti ‘campi di rieducazione’ o ‘killing fields’), ‘sotto-popolo’ e ‘traditori’ (da eliminare). Vittime delle persecuzioni del regime rosso furono le minoranze vietnamite, cinese e musulmana Cham, ma anche chiunque avesse una laurea o esercitasse una libera professione, considerata ‘borghese’ e quindi da estirpare in funzione dell’egualitarismo rurale instaurato nel Paese. I Khmer rossi sterminarono all’incirca due milioni di cambogiani su una popolazione di 7,7 milioni di abitanti. A mettere fine ai soprusi fu l’invasione della Cambogia da parte del Vietnam, che costrinse i Khmer rossi alla fuga sulle montagne, ma non è ancora stato istituito un tribunale internazionale per portare giustizia al popolo cambogiano.

Ruanda. La storia del Ruanda è segnata in modo inequivocabile dal genocidio del 1994, che vide accanirsi le milizie locali e le bande di etnia hutu contro la minoranza tutsi, uno scontro esploso a seguito delle tensioni accumulatesi negli anni. Il Belgio – affidatario della regione dal 1924 tramite un mandato ONU – aveva infatti costretto i ruandesi ad inserire sulla carta d’identità l’etnia di appartenenza e aveva fornito il suo appoggio all’etnia tutsi in nome delle teorie fisiognomiche che vedevano nei tutsi, più alti e slanciati e con la pelle un po’ più chiara rispetto agli hutu, un’etnia superiore. Negli anni ’50, gli hutu iniziarono a ribellarsi ai tutsi, che nel frattempo premevano per ottenere l’indipendenza dal Belgio: il Belgio scelse dunque di sostenere la ‘rivoluzione hutu’. Nel 1962, il Ruanda divenne stato indipendente, ma ciò non placò gli scontri che si susseguirono negli anni tra gli estremisti tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (Fpr) e gli ultrà dell’Hutu Power. Quando il presidente Habyarimana, di etnia hutu, si rifiutò di dividere il potere con i tutsi, il suo aereo venne abbattuto a Kigali (aprile 1994). Fu l’inizio del genocidio: più di un milione di persone – soprattutto di etnia tutsi, ma anche hutu sospettati di aiutare i ‘nemici’- vennero trucidate con armi rudimentali e machete. Non esistevano posti sicuri, vennero violate anche le chiese e le operazioni di sterminio erano coordinate da radio ‘Mille Colline’, che invitava i tutsi a presentarsi ai blocchi stradali per farsi ammazzare. Francia, Gran Bretagna e Belgio organizzarono l’evacuazione dei propri cittadini dal Paese, lasciano il Ruanda a se stesso. Il Fpr prese infine il potere a luglio dello stesso anno e milioni di hutu lasciarono il paese per timore di vendette da parte dei tutsi. Nel novembre del 1994 fu istituito dalle Nazioni Unite il Tpir, Tribunale Pena Internazionale per il Ruanda: in più di dieci anni, ha giudicato e condannato per il genocidio soltanto una ventina di persone.

Bosnia, Srebrenica. Il massacro di Srebrenica si inserisce nel quadro della guerra in Bosnia (1992-1995), che causò in totale più di 250.000 morti: i dirigenti comunisti serbi nel corso del conflitto si rendono colpevoli di pulizia etnica nei confronti dei musulmani bosniaci. Il massacro di Srebrenica è considerato uno degli stermini di massa più sanguinosi avvenuti in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: nel luglio 1995 le truppe serbo-bosniache, guidate da Ratko Mladic, condussero un massacro sistematico dei musulmani bosniaci della zona protetta di Srebrenica che si trovava sotto la tutela delle nazioni Unite. Le stime ufficiali parlano di più di ottomila morti, anche se le associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime ritengano più plausibile una cifra che superi i diecimila. Una volta entrate nella città, le truppe serbo-bosniache separarono gli uomini dai 14 ai 65 anni dal resto degli abitanti per essere ammazzati. Delle migliaia di salme esumate dalle fosse comuni, solo poche più di sei mila sono state identificate: alle altre si sta ancora cercando di dare un volto. la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja nel 2007 ha riconosciuto il fatto come genocidio poiché ‘l’azione commessa a Srebrenica venne condotta con l’intento di distruggere in parte la comunità bosniaco musulmana della Bosnia-Erzegovina e di conseguenza si trattò di atti di genocidio commesse dai serbo bosniaci’.


Darfur. Dal 2003 il Darfur, regione nel sud ovest del Sudan, è sconvolta da una sanguinosa guerra tra la maggioranza nera e la minoranza araba che nel resto del Sudan costituisce invece la maggioranza della popolazione e detiene il potere. La guerra fra arabi e africani contrappone le milizie governative, affiancate dalle truppe ‘regolarizzate’ dei janjaweed di etnia araba, ai movimenti di liberazione formatisi tra la popolazione del Darfur, il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza e il Movimento per la Liberazione del Sudan. ‘Janjaweed’ è un termine coniato dalla popolazione e significa ‘uomini a cavallo con la scimitarra in mano’: arrivano nei villaggi spesso preceduti da un bombardamento del governo (che ufficialmente tuttavia nega il suo appoggio ai guerriglieri), ammazzano gli uomini, violentano le donne e avvelenano i pozzi. La guerra in Darfur non è stata qualificata però come genocidio, perché non è ancora identificata come tentativo deliberato di cancellare un popolo dalla terra. Finora in Darfur sono morte più di 400.000 persone.

mercoledì 26 gennaio 2011

Lettera del Comitato Pugliese "Acqua Bene Comune"

Regione Puglia

Al Presidente della Regione, Nichi Vendola

All’Assessore alle OO. PP., Fabiano Amati

p.c.

Ai CAPIGRUPPO dei gruppi CONSIGLIARI:

I Pugliesi per Rocco Palese, Bellomo Davide

Italia dei Valori, Schiavone Orazio

La Puglia per Vendola, Disabato Angelo

La Puglia prima di tutto, Damone Francesco

Misto, Mazzarano Michele

Moderati e Popolari, Olivieri Giacomo

Partito Democratico, Decaro Antonio

Popolo delle Libertà, Rocco Palese

Sinistra Ecologia e Libertà, Losappio Michele

Unione di Centro, Negro Salvatore

Al Presidente della Commissione II,

Brigante Giovanni

Al Presidente della Commissione V,

Pentasuglia Donato

Agli Assessori

Al Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

alla Stampa

Bari, 24 gennaio 2011


Gentili Presidente della Giunta Regionale e Assessore alle OO.PP.,

facendo seguito alle comunicazione delle scorse settimane (di cui l’ultima in data 17 gennaio) - con le quali chiedevamo un incontro urgente avente ad oggetto gli emendamenti al DDL sulla ripubblicizzazione dell’AQP e alle quali non abbiamo ricevuto alcuna risposta – e prendendo atto del vostro silenzio, siamo qui, con la presente lettera aperta, a rinnovare e sollecitare tale richiesta.

L’urgenza con la quale richiediamo tale incontro deriva dalla necessità di esporre quanto prima le nostre perplessità in merito ad alcuni emendamenti che, a nostro parere (confortato dal giudizio di diversi giuristi), non sono in linea con i principi che hanno guidato fin dall’inizio il percorso di ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese, ovvero:

* Gestione di tutto il SII in Puglia attraverso un organismo di diritto pubblico;

* Gestione partecipata da parte dei cittadini e dei lavoratori al governo del SII;

* Garanzia per tutti, anche coloro senza mezzi, a condizioni minime di servizio;

* Esclusione del profitto da parte di privati nella gestione del SII o parti di esso.

Riteniamo – come già palesato nella precedente lettera del 17 novembre e come ora ribadiamo pubblicamente - che alla luce degli ultimi emendamenti trasmessi dall’Assessore Amati, tali principi risultano sensibilmente "annacquati" o stilati in forma che in alcuni passaggi appare non chiara e suscettibile di molteplici interpretazioni.

La nostra preoccupazione è dettata dal fatto che il provvedimento che si sta profilando con gli emendamenti trasmessi presenta differenze sostanziali rispetto al testo approvato dalla giunta lo scorso 11 maggio.

Dati gli impegni assunti – e rinnovati lo scorso 28 dicembre - dal Governo regionale con il Comitato pugliese e, più in generale, con la cittadinanza tutta, e dato il crescente e appassionato interesse della popolazione pugliese (e italiana) sull’argomento (testimoniato dal formidabile successo della raccolta di firme per i referendum sull’Acqua e la recente dichiarazione di ammissibilità da parte della Corte Costituzionale dei due referendum sui quali i cittadini saranno chiamati ad esprimersi nella prossima primavera),

vi rinnoviamo la richiesta

di un urgente incontro per il necessario chiarimento e per discutere riguardo alle necessarie modifiche da apportare al testo, per renderlo più chiaro e inequivocabilmente in direzione della ripubblicizzazione del SII.

Confidando in particolare nell’impegno dell’Assessore Amati - assunto pubblicamente in occasione dell’incontro dello scorso 28 dicembre, relativo a garantire una comunicazione più “fluida” fra cittadinanza e istituzioni e a presentare il DDL in Consiglio entro la fine di gennaio – restiamo in attesa di un pronto riscontro.

Il Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune”

lunedì 24 gennaio 2011

APPROCCI CREATIVI CONTRO LA CRISI



Come si esce da un pantano?
a) ci si dibatte disperatamente, rischiando così di affondare più velocemente;
b) si chiama aiuto fino a perdere la voce, sperando che ci sia qualcuno abbastanza in gamba da tirarci fuori;
c) si cerca di continuare a camminare esattamente come si stava facendo prima di entrare nel pantano, ma il fango impedisce i movimenti e vien fuori una danza sgraziata e inutile;
d) ci si inventa qualcosa di nuovo...
Creatività è la parola d'ordine per uscire da una crisi: un nuovo approccio per evitare di "impantanarsi" ancora di più.
Un esempio? Lo ha esposto Jacopo Fo, dando un consiglio a Marchionne.

Il gruppo Semco in Brasile ha fatto i miliardi ascoltando gli operai. Lo sapevi?
Questa strana azienda sta riscuotendo grandi successi economici. Si tratta di uno dei maggiori gruppi industriali del paese, inizialmente era una ditta del settore acciaio, un’industria vera, insomma, non quelle imprese creative sul web. Era un’azienda di successo ma gli utili si sono verticalizzati quando Ricardo Semler ha preso la direzione della società.

Quello che ha fatto è una rivoluzione strutturale del sistema azienda. Una rivoluzione che parte dall’idea che i lavoratori hanno una grande capacità di responsabilità, che dimostrano nella vita privata, ad esempio dedicandosi ai loro figli. In azienda questi adulti vengono trattati come bambini, sottoposti a controlli asfissianti (e costosi per l’azienda) e a regole costrittive, non vengono interpellati sulle scelte strategiche.

La rivoluzione di Ricardo Semler è cominciata cambiando radicalmente l’immagine che i dipendenti avevano della società, con un’unica mossa: rompere la suddivisione rigida del tempo. Ha permesso ai reparti di gestire in modo flessibile il tempo lavoro: non ci sono più obblighi di orario. Basta mettersi d’accordo con i colleghi: puoi entrare in fabbrica a qualunque ora. I dipendenti decidono persino se il prossimo mese vogliono lavorare di meno e guadagnare di meno, oppure se vogliono più lavoro e più soldi.

Poi Semler ha demolito i simboli del potere aziendale. Ad esempio ha deciso che i manager non avrebbero più avuto una segretaria: le fotocopie se le fanno da soli (e si è scoperto che così si risparmia molta carta perché i manager non hanno voglia di fare fotocopie…).

Continua sul blog del fatto quotidiano

domenica 23 gennaio 2011

C'era una volta una volta


Alcuni anziani di Altamura sostengono che vi fosse un passaggio sotterraneo che collegava l'ex Convento dei Carmelitani Scalzi (adiacente la chiesa di S. Teresa) a piazza Duomo e di qui il "camminamento" porterebbe al Monastero di Santa Chiara. Ma ai vecchi, si sa, piace fantasticare. E cos'è la fantasia se non una strepitosa capacità di fare ipotesi, anche quelle più assurde.

Qualche settimana fa, in piazza S. Teresa, si è aperto un buco sulla strada, proprio sotto il marciapiede. A seguito di alcune segnalazioni, qualche giorno fa sono intervenuti i tecnici del comune che hanno transennato l'area. A ben vedere si trattava di una cavità che presentava segni di un manufatto "antico" e per fortuna c'è chi ha avuto il buon senso di fotografare il tutto. Si vede chiaramente una volta sotterranea in tufo che sovrasta una cavità piena di acqua (una cisterna? una cantina? un passaggio sotterraneo sotto l'antica porta S. Teresa? un'ambiente sotterraneo dell'antico Castello?)

Purtroppo forse non lo sapremo mai. Quel buco vecchio e sporco è stato riempito con una bella colata di cemento. Requiescat in pacem.

Ora su questo argomento è d'obbligo tornarci dopo aver approfondito la questione, ma nel frattempo ci è sembrato strano che tutto sia passato in silenzio. Soprattutto quando durante dei lavori di ripristino dell'acquedotto fatti a pochi metri dal "buco" di cui sopra, sono emersi altri indizi: altri tufi disposti come se formassero un'altra volta... Chiuso anche quel pozzo, ma per fortuna alcune foto qualcuno è riuscito a scattarle.
Sarebbe interessante sapere se la Soprintendenza è stata contattata. Da chi? Cos'ha risposto?




A sinistra lo scavo per l'acquedotto, qui sotto il "buco" ripieno di cemento.






giovedì 20 gennaio 2011

L'innovazione e la Fiat



Si è detto che il nuovo contratto Fiat è necessario per innovare il mercato del lavoro.
Eppure l'innovazione può viaggiare anche su strade che non abbiano nulla a che fare con la perdita dei diritti dei lavoratori.
Guardare per credere!

mercoledì 19 gennaio 2011

LILLINO COLONNA TORNA "ALL'OVILE"


Spargete tra le genti la buona novella: colui che uscì dalla maggioranza tra grandi odi di proteste è tornato all'ovile. Non sappiamo se pecorella smarrita recuperata dal buon pastore o figliol prodigo che ha compreso l'errore di essersi allontanato dalla casa del padre suo. Quando era "orfano" gridava a gran voce "SPAZZIAMOLI VIA", poi ha compreso che persino i rifiuti - come ha ricordato Paul Connet - sono materiali che possono essere RIUTILIZZATI o - almeno - RICICLATI. Ed eccolo tornare sui suoi passi. Ci auguriamo che il nostro consigliere Loizzo - il cireneo di Nico Dambrosio - possa trovare parole evangeliche anche per Lillino Colonna perché - agli infedeli - sia rivelato il motivo di codesto cambiamento, che sicuramente è dettato da profonde ragioni politiche.
Lillilo Colonna e Giacomo Panaro, che nell'ultimo consiglio comunale hanno detto di condividere «la rappresentanza amministrativa dell'assessore Raffaella Petronelli in appartenenza politica al Movimento Schittulli» hanno dichiarato ad Altamuralife di aver mantenuto piena coerenza:
«Nelle ultime elezioni provinciali - spiega Colonna - ero candidato con Schittulli per la coalizione di Centrodestra e Giacomo Panaro è stato uno dei miei maggiori sostenitori. Questo rapporto con il presidente Schittulli c'era e rimane, la costituzione della federazione lo rafforza. Giacomo Panaro mantiene comunque la presidenza di Io Sud ed io la presidenza di Alleanza per Lillino».

«I partiti che hanno partecipato alla competizione elettorale lo scorso anno - aggiunge Panaro - realizzarono tre coalizioni, Centrosinistra, Alleanza di Centro, cioé i partiti che appoggiavano la candidatura a sindaco di Lillino Colonna, e Centrodestra. Noi, anche quando in questi nove mesi abbiamo fatto i nostri interventi e le nostre interpellanze, ci siamo sempre presentati come Alleanza di Centro e tale posizione partitica resta intatta. Molta gente - continua - è abituata a puntare il dito parlando di incoerenza. Siamo stati coerenti sin dall'inizio in quanto eravamo una coalizione di Centro e la nostra coalizione rimane tale. Schittulli è collocato in un governo di Centrodestra ed Io Sud è un partito di Centrodestra. In casa non stavamo con il Centrosinistra, quando infatti si volevano le dimissioni del Sindaco, noi non abbiamo mai appoggiato questo tipo di posizione. Indipendentemente da ciò - aggiunge Panaro - la coerenza uno prima di cercarla negli altri ritengo debba cercarla in se stesso».
Vero è che non si credeva certo in un Lillino "comunista", ma l'acrimonia sparsa a piene mani in campagna elettorale e le precise accuse nei confronti dell'amministrazione Stacca non sembravano tali da spegnersi in nome del rapporto con il movimento politico di Schittulli.
Tu chiamala se vuoi...creatività politica!